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IL DIRITTO ALL’OBLIO

 

1. PREMESSA

Il diritto all’oblio rappresenta il diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca.

Esso si configura come una situazione soggettiva di creazione giurisprudenziale alla quale è stata riconosciuta autonoma tutela, inibitoria e risarcitoria, attraverso la diretta applicazione dell'art. 2 Cost.

Si afferma per la prima volta durante la seconda metà degli anni ’90 grazie agli sforzi della dottrina più sensibile al tema dei diritti della persona, la quale si adoperava affinché venisse riconosciuta la piena autonomia del «diritto a essere dimenticati», facendo ricorso alle esperienze di altri Paesi, soprattutto la Francia e gli Stati Uniti.

Sul finire del Secolo scorso si guadagnò l’etichetta di «diritto virtuale» [1] poiché ancora non disponeva di una tutela normativa specifica e la giurisprudenza continuava a giudicarlo recessivo rispetto ad altri valori costituzionalmente riconosciuti, nonostante lo collocasse nella categoria dei diritti della persona.

Oggi la situazione si presenta completamente mutata.

La Corte costituzionale[2] menziona il diritto all'oblio come valore costituzionale di cui è riconosciuta la prevalenza nella definizione del parametro di costituzionalità della legge ordinaria.

Ancora più di recente, la Corte di Cassazione[3] non esita ad annoverare espressamente il diritto all'oblio nel catalogo dei diritti della persona meritevoli di una garanzia primaria, facendone oggetto di un riconoscimento espresso e conclamato.

La ragione di questa evoluzione sta essenzialmente nel progresso della tecnologia e nel cambiamento delle modalità delle comunicazioni.

Il diritto all'oblio, infatti, al pari del diritto alla riservatezza e del diritto alla identità personale, sorge e si qualifica in funzione protettiva della sfera individuale di fronte alla intrusione dei terzi e, pertanto, trova più evidente ragion d'essere nella evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa che ha prodotto la c.d. “società dell'informazione”[4].

Il mutare degli strumenti tecnologici di raccolta e di diffusione delle informazioni richiede un affinamento ed un adeguamento delle garanzie, a fronte di ipotesi di lesione dei diritti della personalità altrettanto differenziate.

Il diritto all'oblio è, dunque, destinato a formare oggetto di più frequenti questioni applicative.

 

2. CONTENUTO DEL DIRITTO

La giurisprudenza nel nostro Paese ha identificato il diritto all’oblio come “il diritto a non restare indeterminatamente esposti ai danni ulteriori che la reiterata pubblicazione di una notizia può arrecare all'onore e alla reputazione, salvo che, per eventi sopravvenuti, il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all’informazione.”

Alla luce di tale definizione, largamente accolta dalla giurisprudenza contemporanea, il contenuto del diritto in esame può essere descritto in termini relativi, compiendo una delimitazione del perimetro del diritto “al negativo”, come spazio residuato dal pariordinato diritto all'informazione.

Presupposto per il godimento del diritto, infatti, è che l’interesse pubblico alla conoscenza di un fatto sia limitato a quello spazio temporale necessario per informarne la collettività, e che con il trascorrere del tempo si affievolisce fino a scomparire.

Solo il trascorrere del tempo modifica la qualificazione di un determinato fatto di cronaca restituendo ad esso la sua natura “privata”, presupposto necessario per la caduta del diritto all’informazione e il godimento di quello all’oblio.

Il «fattore tempo», dunque, è il connotato essenziale del diritto all'oblio[5], in quanto l'interesse a ritornare nell'anonimato dopo la notorietà conseguente alla pubblicizzazione di vicende della propria vita, si gioca sullo scarto temporale tra il presente e il passato[6].

Dal fluire del tempo sorge il «giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta a danni ulteriori che arreca la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata»[7].

In determinate fattispecie, però, il trascorrere del tempo non basta a restituire la natura privata a eventi che “privati” non possono diventare, in quanto vi sono fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno.

Si pensi ai crimini contro l’umanità, per i quali riconoscere ai loro responsabili un diritto all’oblio sarebbe addirittura diseducativo; o ad altri gravi fatti che vengono riproposti proprio perché non vengano dimenticati, come il “caso Moro”, “Tangentopoli” e “l’Olocausto”.

In simili fattispecie la mancata riproposizione sarebbe in contrasto con l’interesse pubblico, che qui prevale sempre sul diritto del singolo individuo a non essere più ricordato.

Inoltre, essendo il diritto all’oblio subordinato al perdurare della mancanza dell’interesse pubblico, può accadere che a distanza di tempo sorga un interesse pubblico alla riproposizione del fatto medesimo.

 

3. SOGGETTI TUTELATI

Un aspetto delicato del diritto all’oblio riguarda il soggetto legittimato ad invocarlo.

E’ legittimato ovviamente colui il quale verrebbe danneggiato dalla riproposizione del fatto, cioè il protagonista in negativo della vicenda, la cui reputazione fu legittimamente lesa a suo tempo da un corretto esercizio del diritto di cronaca.

Tuttavia, vi sono fatti la cui rievocazione finisce per pesare, di riflesso e in modo differente, su chi li ha dolorosamente vissuti nel ruolo di vittima.

Qui la riproposizione della vicenda potrebbe comprometterne non il reinserimento sociale, ma il benessere psico-fisico, poiché rivivrebbe mentalmente sofferenze che chiunque vorrebbe aver dimenticato per sempre.

Non esistono argomentazioni valide per riconoscere un diritto all’oblio alla vittima materiale, anche se può sembrare paradossale riconoscerlo al carnefice.

Per la vittima la rievocazione di un fatto passato non pone mai problemi di lesione della reputazione; di conseguenza, qualora dovesse sorgere l’interesse pubblico alla riproposizione di un fatto potenzialmente lesivo della reputazione del carnefice, le esigenze di riservatezza della vittima verrebbero assorbite da quello stesso interesse pubblico.

Il diritto all’oblio non potrebbe, quindi, essere rivendicato autonomamente dalla vittima.

L’uso del condizionale è imposto da recenti pronunce che palesano un ripensamento sulla questione; infatti, proprio il Garante per la tutela della privacy italiano, il quale, come vedremo in prosieguo di trattazione, rappresenta uno degli strumenti di tutela per il diritto in esame, ha considerato legittimato ad agire anche il soggetto leso dal reato.

Altra fattispecie sintomatica di quanto possa risultare ardua la ricerca di un punto di equilibrio tra le diverse declinazioni di diritti di rango costituzionale riguarda i congiunti delle vittime di casi di cronaca nera ancora avvolti nel mistero.

In tali circostanze, infatti, la riproposizione nel tempo soddisfa un’indubbia esigenza informativa.

Il diritto all’oblio, come già anticipato, sorge nel momento in cui non vi è più alcuna necessità di informare o aggiornare il pubblico, risulta impossibile rinvenire i presupposti per una corretta invocazione del diritto all’oblio.

Al limite, di diritto all’oblio può legittimamente parlarsi per quei soggetti che all’epoca dei fatti furono posti all’attenzione del pubblico per dovere di completezza della notizia, pur avendo una posizione marginale; in quanto l’interesse pubblico alla riproposizione del fatto non sempre è tale da rendere necessaria una loro partecipazione.

A maggior ragione chi già oggetto di cronaca perché erroneamente sospettato dagli inquirenti di un grave delitto, poi attribuito ad altri, e dopo anni si rivedesse associato a quel delitto pur nel rispetto della verità dei fatti.

Non possono però invocarlo i soggetti la cui eventuale esclusione dalla riproposizione del fatto passato ne ostacolerebbe una fedele ricostruzione, finendo così per vanificare il risultato informativo cui mira la stessa riproposizione.

 

4. STRUMENTI DI TUTELA DEL DIRITTO ALL'OBLIO

Nella sua configurazione di diritto soggettivo di creazione giurisprudenziale, derivato dalla diretta applicazione dell'art. 2 Cost., il diritto all'oblio ha incondizionatamente goduto delle tecniche di tutela tanto inibitoria tanto risarcitoria, coessenziali al regime di inviolabilità di cui partecipa, in ragione della sua natura di diritto fondamentale.

La giurisprudenza di merito ha utilizzato principalmente lo strumento processuale della tutela cautelare urgente e atipica di cui all'art. 700 c.p.c. per la tutela inibitoria.

La tutela risarcitoria, invece, è garantita facendo leva sull’art. 2043 c.c. e sull'art. 2059 c.c., in relazione ai diritti fondamentali previsti dalla Costituzione, secondo una lettura costituzionalmente orientata ravvivata dagli approfondimenti contenuti nelle sentenze c.d. di San Martino[8]

Accanto a queste due categorie generali di strumenti di tutela, peraltro pienamente satisfattive nella tradizionale configurazione del diritto all'oblio, le applicazione più recenti hanno utilizzato gli istituti sanzionatori compresi nel sistema di protezione dei dati personali disciplinate dalle disposizioni del d.lg. 30 giugno 2003, n. 196.

Nonostante il codice c.d. della privacy non rechi espressa menzione del diritto all'oblio, il sistema di protezione dei dati personali non può escluderlo dal suo ambito di garanzia, in quanto concorre a definire il complesso dei valori fondamentali della persona.

La norma da cui si deduce il più evidente riferimento al diritto all'oblio è l'art. 11, lett. e)[9] che, nell'elenco delle modalità del trattamento e dei requisiti dei dati, prescrive che l'identificazione dell'interessato in relazione ai dati oggetto del trattamento sia possibile per un periodo di tempo non superiore a quello necessario, con ciò precisando il principio generale di necessità del sacrificio, disciplinato dall'art. 3, con il principio di temporaneità, in relazione alla realizzazione degli scopi in vista dei quali i dati sono stati raccolti e trattati.

 

 

5. IL DIRITTO ALL’OBLIO NEL WEB

Il diritto ad essere dimenticati online è la possibilità di cancellare, anche a distanza di anni, dagli archivi online, il materiale che può risultare sconveniente e dannoso per soggetti che sono stati protagonisti in passato di fatti di cronaca.

Il tema è suscettibile di diverse interpretazioni, che spesso dipendono dal tipo di formazione personale e dall’approccio al problema, pertanto ha generato intorno a se’ un “vivace” dibattito dottrinale.

Celebre è la frase pronunciata a tal riguardo da uno dei "padri di Internet", nonché inventore del protocollo TCP/IP, Vint Cerf :

« Non potete uscire di casa ed andare alla ricerca di contenuti da rimuovere sui computer della gente solo perché volete che il mondo si dimentichi di qualcosa.  Non penso che sia praticabile. »

Il tenore dell’affermazione aiuta a intuire quanto l'estensione al mondo del web di una fattispecie particolare, quale quella del diritto all'oblio, sia risultata ardua, fonte di dibattiti e controversie.

Non risulta agevole stabilire in base alle attuali “norme vigenti” fino a quanti anni di distanza dai fatti può essere esercitato il diritto dell'individuo ad ottenere la cancellazione dei propri dati; e neanche quali sono gli elementi che, anche a distanza di tempo, potrebbero giustificare la persistenza di tali dati negli archivi online.

La problematica diventa ancora più acuta in relazione ai dati memorizzati e nei motori di ricerca e nelle reti sociali; infatti, i motori di ricerca rendono accessibili per un periodo di tempo indeterminato le notizie di cronaca e le vicissitudini giudiziarie.

Inoltre, un'estensione irragionevole del diritto all'oblio anche al mondo dei social network ne potrebbe pregiudicare il diritto alla gestione dei dati personali, attività che ne costituisce l’oggetto e lo scopo primario.

Nonostante il carattere dell’incertezza che caratterizza il tema, la coscienza informatica della società sta lentamente mutando, soprattutto oltre i nostri confini nazionali, e ci si può aspettare importanti evoluzioni.

Un elemento a supporto di tale aspettativa, a parere dello scrivente più che legittima, oltre che indispensabile, è costituito dalla posizione assunta di recente dai rappresentanti di un colosso del settore, i quali aprono a interessanti prospettive.

Eric Schmidt, Chief Executive Officer (Ceo) di Google, ha affermato che Internet ha bisogno di un pulsante di eliminazione, ponendo così l'accento sull'importanza del diritto all'oblio nel web.

L’idea nasce dalla constatazione che determinate azioni potrebbero tormentare una persona per sempre, qualora la rete le mantenesse e le “custodisse” negli anni.

Schmidt è intervenuto durante un evento presso l'Università di New York, a Manhattan, per la presentazione del libro “The new digital age”.

Insieme a lui ha parlato anche Jared Cohen, direttore di Google Ideas, affermando che “in futuro, l'ecosistema si evolverà in modo da proteggere e monitorare le immagini on-line private”.

Ogni Paese prenderà una decisione diversa su come affrontare il problema del diritto all'oblio.

“In America, c’è un senso di equità” ha affermato Schmidt, e la mancanza di un pulsante di eliminazione su Internet è un problema significativo. C’è un momento in cui la cancellazione è una cosa giusta”.

L'Unione Europea ha deciso che nel 2015 sarà varata una legge sul diritto all'oblio nella quale sarà stabilito un freno ai motori di ricerca: l’Autorità per la privacy ha cercato di sanare lo scontro tra diritto all’oblio e libertà d’espressione, sancendo che è giusto divulgare le notizie ma anche che, trascorso un certo lasso di tempo, queste informazioni possano essere “oscurate” nel motore di ricerca.

 

6. LA PROPOSTA COMUNITARIA

Viviane Reding, Commissaria UE per la Giustizia e i Diritti fondamentali, ha proposto il 25 gennaio 2012 una riforma globale per la tutela della privacy degli utenti sul web che dovrebbe essere trasformata in legge da tutti gli stati membri entro il 2015.

Contenuto della proposta

  • Possibilità di chiedere “che i propri dati personali siano cancellati o trasferiti altrove e non siano più processati laddove non siano più necessari in relazione alle finalità per cui erano stati raccolti”.

Questo prevede, per ogni cittadino, il pieno accesso alle proprie informazioni, in qualunque momento.

  • Maggiore trasparenza e controllo sui dati: obbligo di tenere aggiornato ogni cittadino sul trattamento e la gestione dei propri dati da parte di aziende con sede locale in Europa.

I gestori dovranno indicare il tipo di dati che posseggono, gli scopi per cui verranno usati, l'eventuale trasferimento a terzi e il periodo di conservazione all'interno del database. Inoltre ogni utente dovrà fornire un consenso esplicito all'utilizzo dei propri dati da parte delle aziende.

La Commissione prevede multe fino a 500 000 euro per i trasgressori.

  • Obbligo dei Social Network di provare che la conservazione di una certa informazione è necessaria e di avvertire tempestivamente l'utente qualora le sue informazioni vengano rubate.

Un’eccezione sarebbe stabilita per i database delle testate giornalistiche.

Sono in molti a criticare la riforma varata dall'UE e i presupposti alla base del diritto all'oblio che toglierebbe alla rete la sua essenza originaria: Internet è ormai diventato un enorme archivio di informazione, unico nel suo genere, in cui tutto si conserva e nulla si dimentica.

 

7. GARANTE PER LA TUTELA DELLA PRIVACY ITALIANO [10]

L'estratto che segue viene allegato per segnalare una delle decisioni del Garante per la tutela della privacy che ha fatto da apripista alle più recenti evoluzioni e inquadra in maniera chiara il tema del diritto all'oblio nel cyberspazio.

É legittimo che una sanzione, una condanna o un altro precedente "pregiudizievole" lontani nel tempo siano per sempre disponibili a tutti e a chiunque in Internet tramite i comuni motori di ricerca? Trascorso un congruo periodo di tempo, si ha il diritto di "uscire" da questo spazio di Internet, nel senso che i documenti ufficiali che non hanno più attinenza con l'attualità siano resi trasparenti, anche sul web, ma in modo più selettivo, dando a quei precedenti la giusta dimensione che contenga danni e pregiudizi? Al diritto all'oblio, riconosciuto dal Codice in materia di protezione dei dati personali, si è appellato un operatore pubblicitario, che ha presentato ricorso al Garante chiedendo di disporre nei confronti di un ente pubblico gli opportuni accorgimenti per interrompere quella che riteneva una perpetua "gogna" elettronica.

Il Garante (con una decisione adottata dal precedente collegio) gli ha dato in parte ragione e ha previsto che l'ente continui a divulgare sul proprio sito istituzionale le decisioni sanzionatorie riguardanti l'interessato e la sua società, ma - trascorso un congruo periodo di tempo -  collochi quelle di vari anni or sono in una pagina del sito accessibile solo dall'indirizzo web. Tale pagina, ricercabile nel motore di ricerca interno al sito, dovrà essere esclusa, invece, dalla diretta reperibilità nel caso si consulti  un comune motore di ricerca, anziché il sito stesso.

Il ricorrente lamentava il fatto che chiunque effettuasse in rete una normale ricerca nominativa a nome suo e della società, tramite uno dei comuni motori di ricerca in Internet,  ricevesse sempre e in primo luogo non le notizie riguardanti la sua attuale o più recente attività professionale, ma due provvedimenti con i quali gli erano state a suo tempo applicate due sanzioni amministrative, una delle quali risalenti al 1996 e l'altra al 2002. Ciò, sosteneva l'interessato, pregiudicava l'immagine che la clientela poteva farsi dell'attività da lui svolta.

Il ricorrente e la sua società non contestavano né le sanzioni, né il fatto che l'ente dovesse pubblicarle ufficialmente anche sul sito istituzionale. Si opponevano, invece, a che i provvedimenti stessi fossero reperibili indiscriminatamente in Internet sempre e da chiunque, anche da persone che non avessero consultato il sito dell'ente e fossero semplicemente intente a contattare la società. Si chiedeva, quindi, l'adozione di opportune cautele, quali potevano essere, in alternativa all'oscuramento del nominativo, un accesso meno "diretto" alle pagine web in questione.

L'ente pubblico ha fatto presente i propri obblighi nel pubblicizzare le decisioni adottate nel proprio Bollettino Ufficiale e sul sito, rappresentando l'interesse pubblico alla piena conoscibilità, anche nel tempo, delle sue decisioni: omettendo invece le generalità del ricorrente e della sua società, sarebbe stato pressoché inutile per i cittadini interessati consultare le decisioni che mirano proprio ad informare specificamente sulle violazioni amministrative. L'ente ha dato la sua immediata disponibilità a ricercare gli opportuni accorgimenti e, su questa base, è stato avviato un delicato accertamento tecnico. Diverse ipotesi non risultavano tecnicamente praticabili o soddisfacenti. Né si poteva ignorare la circostanza che per le decisioni dei soggetti pubblici non è obbligatoria la cautela di omettere i nominativi nelle decisioni pubblicate, ipotesi prevista dal Codice in materia di protezione dei dati personali solo per le sentenze dell'autorità giudiziaria  accessibili in Internet.

Il Garante ha disposto, dunque, che l'ente pubblico continui a pubblicare sul proprio sito le proprie decisioni, anche a distanza di tempo, predisponendo però nell'ambito del proprio sito web, entro un trimestre, una sezione per i vecchi provvedimenti (dove collocare ad esempio la predetta decisione del 1996) consultabile da tutti tramite il sito, ma attraverso l'indirizzo dell'ente, anziché mediante una domanda a tappeto tramite i motori esterni di ricerca.

Entro lo stesso termine, l'ente individuerà altresì il periodo temporale, proporzionato al raggiungimento delle proprie finalità durante il quale i propri provvedimenti saranno liberamente reperibili in Internet anche tramite motori di ricerca.

 

 

EMANUELE DI MONTE


[1] SGROI, in Diritto all'oblio, a cura di Gabrielli, Atti del convegno di Studi del 17 maggio 1997, Università di Urbino, Facoltà di Giurisprudenza, Napoli, 1999.

 

[2] C. cost. 22 settembre 2010, n.287, che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 5 comma 2, lett. d), d.P.R. n. 313 del 2002, nella parte in cui impone l'iscrizione perenne nel casellario giudiziale delle condanne per le quali è stato concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena.

 

[3] Cass., sez. III, 5 aprile 2012, n. 5525, in Corr. giur., 2012, 764, annotata da DI MAJO, Il tempo siamo noi..., e in Danno e resp., 2012, 747, con il commento di DI CIOMMO - PARDOLESI, Notizia vera, difetto di attualità, diritto all'oblio.

 

[4] D.lg. 9 aprile 2003, n. 70 «Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell'informazione, in particolare il commercio elettronico nel mercato interno» fa uso espresso di questa definizione.

[5] MORELLI, Oblio (Diritto all'), in Enc. dir., Agg. VI, Milano, 2002, 848 ss.

 

[6] NIGER, Diritto all'oblio, in FINOCCHIARO, Diritto all'anonimato. Anonimato, nome e identità personale, Padova, 2007, 63.

 

[7] Cass. 9 aprile 1998, n 3679, in Danno e resp., 1998, 883, nota di LO SURDO, Il diritto all'oblio come strumento di protezione di un interesse sottostante, e in Foro it., 1998, I, 1834, nota di Laghezza, cit.

[8] Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, in Corr. giur., 2009, 5, con nota di FRANZONI, Il danno non patrimoniale del diritto vivente.

[9] MEZZANOTTE, Il diritto all'oblio, cit., 205, definisce questi strumenti di tutela come una specie di reintegrazione in forma specifica, riconducibile alla categoria dell'art. 2058 c.c.

[10] Tratto dalla Newsletter del Garante per la privacy